La transizione verso l’astrattismo, convintamente avviata sul finire degli anni ’40, viene per la prima volta pubblicamente registrata nel febbraio del 1951 in una mostra personale (assieme a Boldrin e Gerardi) ospitata alla Bevilacqua La Masa, come “risarcimento” dell’esclusione dal Premio Favretto, avvenuta nel 1949; esclusione alla quale i tre giovani artisti reagirono esponendo per protesta i loro quadri sotto i portici di Piazza San Marco.
La Galleria dell’Ascensione (in seguito Bevilacqua n.d.r.) è divenuta per merito loro, in questi giorni, specie nelle ore della sera, un centro di accesissime discussioni sul realismo e sull’astrattismo […]. A Venezia, infatti, - proprio mentre in altri centri, come a Roma, l’astrattismo si dice sia in crisi specie da quando nella sua visita dell’anno scorso alla capitale Picasso ebbe a esaltare nientemeno che De Chirico – a Venezia, dicevamo, soltanto ora ci sono i germi di un prossimo avvenire a carattere astrattista destinato a soppiantare anche il cubismo.
Federico Castellani, Il Gazzettino
Per convincersene basta trovarsi sul far della sera nelle fumose sale della detta Galleria ove se ne sentono di cotte e di crude, e dai tre giovanissimi espositori e dalla nutrita schiera dei loro sostenitori e da quei malcapitati benpensanti che hanno osato avventurarsi in detta Mostra ignari delle opere esposte e di quei cervelli in ebollizione che parlano di Sartre e di Mallarmè, di Paul Klee e di Vasily Kandinsky, di Giotto e di Raffaello.
[…] Quei malcapitati che sono i poveri borghesi, gli uomini della strada, quelli che ancora amano Goldoni e Favretto, si trovano là dentro a mal partito se azzardano sollevare una obiezione. […] Ai due uomini anziani con ombrello e soprascarpe di gomma non ci si è accontentati che di far notare ancora una volta che anche il Caravaggio ha fatto delle mele triangolari, ma si è urlato, quando stavano per andarsene: “Vedrete che noi sapremo andar oltre le tre linee verticali di Mondrian; ve lo diciamo noi: sapremo andar oltre…”.
Poi tutti si placano, Ennio Finzi, sereno, spiega come le sue “Nuvole” nacquero da una musica di Debussy. Battaglia, il custode, arguto e bonario, dice che è ora di chiudere, che si è andati un’ora più in là dell’orario stabilito, che per lui le mele saranno sempre tonde, e le nuvole non saranno mai delle fette di anguria o di melone, ma vaporose, morbide, insomma fatte come le nuvole, ed è lui questa volta che fa piazza pulita e chiude bottega.
Sul finire del 1951 è presente con una nuova personale alla Bevilacqua le cui sale vengono divise con Saverio Rampin e Riccardo Licata, la cui ricerca – come scrive Franca Bizzotto - si innesta assieme a quella di Finzi “nell'unico filone culturale veramente moderno a Venezia, quello musicale, in cui figure come Maderna e Nono testimoniano un fecondo aggancio con le avanguardie europee del tempo”.
I quadri realizzati per quella esposizione, e per le successive collettive del 1951 e 1952, aventi tutti come titolo “Invenzione”, suggerivano una mediazione con i valori lirici del cromatismo kandiskiano e le rigorose, ancorché curve, strutture geometriche del neoplasticismo mondriano.

Nel 1952 partecipa al Premio Arbiter di Trieste, voluto da Leopoldo Kostoris per dare vita ad una singolare collezione d’arte di piccolo formato, e organizzato da Carlo Cardazzo. Nello stesso anno vince uno dei tre premi ex-aequo per le arti figurative e plastiche delle “Olimpiadi Culturali della Gioventù”, offerti dal Comune di Venezia e conferiti nei locali della Bevilacqua La Masa da una giuria presieduta da Virgilio Guidi. In occasione di quella mostra Giuseppe Mazzariol modera un dibattito pubblico a Ca’ Giustinian fra artisti e critici sul tema Realismo/Astrattismo. Il ventenne Finzi interviene sostenendo che l’arte non è “un gioco accademico, una passeggiata snobistica, un mezzo per una politica, ma una realtà in cui l’uomo si realizza con tutte le sue facoltà migliori”.

Con il quadro intitolato “Le macchine”, selezionato dalla giuria del Premio Graziano 1953 (a cui l’artista partecipa fin dal 1951) ed esposto a Caracas e nelle gallerie di Carlo Cardazzo di Milano e Venezia, oltre a rispondere al proposito di dare un senso meccanicistico e costruttivista alla forma astratta (trovandola affine all’idea dell’ingranaggio), Finzi preannuncia i coloracci stridenti delle successive “figure” e “scale cromatiche”, essendo lo sfondo dipinto inaspettatamente di rosa shocking.

A settembre del 1953 espone nuovamente alla Fondazione Bevilacqua La Masa assieme a Riccardo Licata, Saverio Rampin, Bruno Blenner e lo scultore Zennaro, Bonso, Gerardi e Tochet in una mostra che secondo le intenzioni del critico Bruno Alfieri, intendeva fare il punto sulle ricerche non figurative dei migliori giovani artisti veneziani. Nel testo di presentazione, Alfieri (che fu oltretutto l’editore dei cataloghi della Biennale e l’organizzatore della prima mostra europea di Jackson Pollock allestita nell’Ala Napoleonica di Piazza San Marco) sosteneva che a Venezia “circola un’aria più carica di lieviti creativi che non in molte altre città europee dall’attività statica”. Partecipa inoltre al Premio di Pittura La Colomba di Venezia, organizzato dalla Galleria del Cavallino.
Con Giuseppe Capogrossi, Venezia, Galleria del Cavallino, Premio di pittura “Menù per La Colomba”, 1953
Sul finire del 1953 ottiene il primo importante riconoscimento pubblico: i componenti della giuria della quarantunesima mostra collettiva della Bevilacqua gli assegnano il Premio aggiunto Opera Bevilacqua La Masa per “Sentimento jazz”, un’opera informale da cui emerge con forza la propensione dell’artista - “assai impegnato e personalissimo” -, al superamento di ogni vincolo geometrico-costruttivo. Inoltre il Comune di Venezia si fa carico di acquistare per 51.550 Lire “Maternità”, un quadro insolitamente figurativo, esasperatamente tragico e dalla forte connotazione espressionista, oggi in deposito presso la Galleria Internazionale di Arte Moderna Ca' Pesaro.
Sentimento Jazz, 1953, tempera su tela, 190x145 cm
Maternità, 1951, olio su tela 190x145 cm